Lettera di Paolo alla stampa alla vigilia dell’udienza del 18 gennaio 2013

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“Salve a tutti, mi chiamo Paolo Scaroni e Vi scrivo -nella speranza di avere la Vostra attenzione- alla vigilia dell’ultima udienza del processo nel quale sono imputati otto celerini del VII Reparto Mobile di Bologna, indagati per il reato di lesioni gravissime (per la cronaca il PM ha chiesto otto anni di condanna per i celerini, e l’iscrizione nel registro degli indagati per alcuni dirigenti della Questura scaligera accusati di falsa testimonianza).

Durante questa udienza sarà emessa la sentenza di primo grado.

Per chi non conoscesse ancora la mia vicenda (ormai, mio malgrado, sono diventato un personaggio di interesse pubblico), sappia che più di sette anni fa sono stato pestato a sangue e ridotto in fin di vita mentre cercavo di risalire sul treno che mi avrebbe dovuto riportare -di lì a poco- nella mia città (Brescia) e dalla mia famiglia, cioè a quella quotidianità fatta di duro -ma dignitoso- lavoro, di sport, di sentimenti umani, di valori cristiani, di amici veri, di amori personali.

Purtroppo, come molti sapranno, così non fu, e al mio paesello (Castenedolo – BS) feci ritorno solamente dopo un intervento miracoloso (la prima prognosi mi dava per spacciato, la seconda mi relegava a un vegetale) e dopo alcuni mesi di terapie e riabilitazioni intensive, cure impegnative e dispendiose che, naturalmente, continuano tuttora (sono invalido al 100%, e poiché non ho più speranza di migliorare, almeno fisicamente, continuo la dolorosa fisioterapia nel tentativo di mantenere quel poco che mi è stato risparmiato).

Il 24 settembre 2005, giorno del fattaccio, ero “reduce” dalla partita: Hellas Verona vs Brescia (giusto per la cronaca, un pareggio senza recriminazione alcuna), e mi ero appena rifocillato presso il bar sito sotto la stazione approfittando -fra l’altro- di una situazione senz’altro tranquilla e favorevole, almeno fino a quel momento; uno stato apparente che aveva ingannato non solo me, ma anche il migliaio di tifosi bresciani presenti quel giorno in trasferta, la maggior parte dei quali già sistemati sul treno, pronti a ripartire.

Con i miei amici -e con gli ultimi ritardatari- stavo appunto dirigendomi verso gli scalini del treno quando sono stato colpito alle spalle da una selva di manganellate che hanno ridotto la mia testa a una sorta di ananas tumefatto, causando fra l’altro un ematoma profondo e letale (il referto medico ha dimostrato quanto fosse risoluta la volontà di questi celerini nel colpire esclusivamente alla testa; sul mio corpo infatti non sono state trovate altre ecchimosi).

Ora, poiché a qualcuno di Voi sembrerebbero inverosimili -sebbene meriterebbero un doveroso approfondimento- Vi risparmio i particolari più scabrosi e inquietanti che hanno contrassegnato l’intero processo (se un giorno avrete la pazienza di leggere la reale ricostruzione dei fatti ottenuta grazie alle varie testimonianze, Vi potrete renderete conto di quanto fosse tragica, paradossale e perfino di una certa attualità la situazione nella quale sono rimasto -mio malgrado- coinvolto).

Ma dopo sette anni e mezzo, credetemi quando Vi dico che di quegli attimi ricordo soprattutto l’impotenza nel difendermi e nel trovare una copertura anche improvvisata (ho tentato di infilarmi addirittura sotto il treno, purtroppo senza successo); la crudeltà e la precisione con cui -senza alcun risparmio- era martoriata la mia nuca; i laccetti dei manganelli -usati evidentemente al contrario- che si alternavano davanti ai miei occhi; il tentativo degli amici di trarmi in salvo a costo della loro stessa vita.

Ogni tanto, mi capita ancora di svegliarmi di soprassalto nel bel mezzo della notte in cerca di riparo.

Dopo sette anni e mezzo, la vita precedente a quegli istanti è solo un ricordo molto sfumato.

Dopo sette anni e mezzo, ancora non conosco il motivo scatenante di tanta barbarie.

Dopo sette anni e mezzo, ancora non conosco con certezza i volti dei miei carnefici.

Per questo l’udienza di venerdì prossimo per me ha un’essenza… vitale.

Certo, prima di esprimermi fino in fondo, aspetterò con pazienza ancora qualche tempo, ma se poi le mie impressioni fossero confermate, allora pretenderò tutto quello che mi è stato negato fino a questo momento.

Soprattutto, mi batterò affinché non accada più a nessun altro quanto è accaduto a me.

Come già detto, le vite mie e dei miei familiari sono state sepolte nell’arco di pochi attimi, travolte e distrutte da una violentissima carica frutto -a quanto sembra- della meschinità e della ferocia di poche -ma consapevoli- persone.

Individui dei quali -ripeto- ancora non conosco il volto, ma delle cui intenzioni ormai ho la certezza: volevano uccidermi.

Uomini (ma davvero si possono considerare tali?) che non hanno avuto nessuna pietà e nemmeno la dignità e la coscienza di redimersi o chiedere scusa, probabilmente ancora oggi convinti di avere fatto una cosa utile e giusta.

Celerini rimasti fino ad ora nascosti, con ogni probabilità nella speranza di un’archiviazione prima, e di una sentenza favorevole poi.

Anche per tutto questo, durante i lunghi e tormentati giorni riabilitativi ho pensato più di una volta a una possibile vendetta nei confronti dei miei aguzzini.

Poi però hanno prevalso i valori cristiani anzidetti e la solidarietà degli amici e dei tanti Ultras -anche rivali- che sono sempre stati al mio fianco (durante la scorsa udienza erano più di trecento; per la prossima ne sono previsti più del doppio) dimostrando non solo tutta la loro grande umanità, ma anche una maturità non comune, molto spesso sottovalutata e quasi mai riconosciuta.

Non mi resta perciò che attendere con fiducia e serenità questa sentenza.

E nell’attesa Vi prego di concedermi lo spazio necessario per fare un appello non solo a tutti i bresciani presenti quel giorno a Verona che hanno rischiato -proprio come me- la loro vita, ma anche a tutti quei cittadini italiani convinti di non poter incappare in questo genere di disgrazie per il semplice fatto di non andare allo stadio.

Purtroppo, la cronaca degli ultimi anni è piena di vicende simili alla mia che potrebbero smentire questa certezza.

Storie anche più tragiche, accadute molto lontano dagli stadi; basti pensare a Federico Aldrovandi, un giovane ragazzo di Ferrara che di ritorno da una serata passata con gli amici è stato “intercettato” e fermato da una pattuglia, massacrato a suon di botte e infine assassinato. Il tutto a poche ore di distanza dall’aggressione da me subita.

Come dimenticare poi Gabriele Sandri, giovane tifoso laziale assassinato lungo l’autostrada da un poliziotto trasformatosi in uno sceriffo giustiziere.

E il mio elenco potrebbe continuare, ma non voglio rubarvi altro spazio.

Ricordiamoci però che esiste una sola maniera per evitare altre tragedie come queste: massima responsabilizzazione e numeri di identificazione per tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine (questo anche per tutelare chi non disonora la divisa).

Quindi voglio ricordare a tutti quelli che decideranno di sostenermi venerdì, di farlo come sempre col cuore, ma anche e soprattutto con la testa; questo a prescindere dal tipo di sentenza che sarà emessa.

Nonostante tutto, ho ancora la forza non solo di raccontare la mia storia fino alla fine, ma anche di sopportare un’altra eventuale ingiustizia; inoltre, credo di possedere la determinazione per affrontate -a testa alta- tutti i gradi di giudizio restanti.

Mi rivolgo infine alle istituzioni e alla stampa, affinché raccolgano il mio invito a essere al mio fianco (sono un cittadino bresciano) venerdì a Verona per quella che mi auguro possa essere una giornata di Verità e Giustizia.”

Paolo Scaroni, vittima di uno Stato distratto

Castenedolo 16/01/2013

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