La grande fuga di Carletto Mazzone

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Se volete credere alle favole fate pure, ma sappiate che la realtà è questa, piaccia o no: Carletto Mazzone per noi è solo un infame!

La grande fuga

Sfatiamo un mito: “Carletto Mazzone uomo di m….!”

Molti anni fa pensavamo di aver chiarito in modo definitivo le ragioni per cui, a un certo punto della storia, il rapporto con questo allenatore si fosse deteriorato irrimediabilmente e l’intera tifoseria bresciana lo avesse contestato in maniera pesante e inequivocabile, sebbene in fasi successive (in ogni caso Mazzone, durante la sua permanenza a Brescia, in più di un’occasione fu subissato di fischi e insulti “spontanei”, provenienti da ogni settore e per svariate ragioni, anche di natura tecnico/tattica).

Evidentemente ci siamo sbagliati.

Di certo questa cosa non ci stupisce (del resto, dopo tutta la m… che ci ha fatto e ci farà mangiare Corioni, c’è già chi lo sta rimpiangendo), ma dispiace comunque vedere sempre più spesso “nobili” richiami alla sua persona, in particolare da parte di tifosi del Brescia.

Vogliamo quindi fare un po’ di chiarezza?!

Non sappiamo cosa fece in altre piazze, ma dal punto di vista calcistico Mazzone a Brescia si dimostrò uno degli allenatori meno intraprendenti (basti pensare al derby “Brescia 1911 vs Atalanta” giocato -e perso malamente con tre gol di scarto- in campo neutro a Reggio Emilia) e più filosocietari/filocoroniani della nostra storia, e questo alla faccia di quell’aurea mitica (costruita ad arte) di “guerriero” e di “paladino del calcio che fu” che l’ha sempre accompagnato.

Inoltre, a detta di molti, sempre tecnicamente parlando, nei tre anni passati al soldo della famiglia Corioni non fu di sicuro all’altezza della sua fama, almeno non sempre.

La verità è che con ogni probabilità, senza giocatori come Roberto Baggio, Jonathan Bachini, i gemelli Filippini, Andrea Pirlo, Daniele Bonera, Dario Hübner, Pep Guardiola, Appiah, solo per citarne alcuni, la sua stella a Brescia si sarebbe esaurita molto, molto prima.

E lo dimostra il fatto che ancora oggi dai più è ricordato non tanto per i risultati ottenuti sul campo, bensì per una corsa che se da una parte fa sorridere ancora molti ignoranti (nel senso che ignorano i fatti, sia chiaro), dall’altra non fa certo onore a un professionista responsabile e sedicente “uomo per bene”.

Tralasciando i risultati, le classifiche e i dettagli più tecnici (troppo soggettivi), vorremmo parlare proprio di quella corsa.

Naturalmente, se qualcuno nel frattempo vuole continuare a credere che sia stato un buon allenatore e a Brescia abbia fatto un grande lavoro, libero di farlo.

Prima però una piccola parentesi sull’uomo Mazzone.

Innanzitutto bisogna chiarire alcune cose:

-in quegli anni, con coerenza e per dignità, abbiamo contestato in maniera dura e legittima la famiglia Corioni, e sebbene la storia poi ci abbia dato ragione, nel frattempo siamo stati isolati, criminalizzati, repressi;

– il Brescia allenato da Mazzone l’abbiamo sempre sostenuto, fino alla fine; a un certo punto abbiamo contestato l’uomo Mazzone, non tanto -o non solo- l’allenatore, e l’abbiamo fatto principalmente: per dei fattori umani (chi ci conosce sa benissimo quanta importanza dia il nostro gruppo al lato umano/sociale/solidale/rispettoso di ogni persona, chiunque essa sia); per una mancanza di rispetto nei confronti della tifoseria bresciana -dimostrata in più di un’occasione; per un opportunismo degno del peggior uomo; per una retorica tipica della maggior parte dei politici nostrani.

Soprattutto l’abbiamo fatto per quell’atteggiamento servile, ipocrita e da scafato attore che Mazzone ha dimostrato sostenendo la società Brescia Calcio dopo la famosa denuncia di estorsione fatta dalla famiglia Corioni nell’agosto del 2001 contro alcuni nostri rappresentanti (durante questo lungo processo Mazzone, per un rigurgito di coscienza o più probabilmente per paura di qualche querela che avrebbe potuto sbugiardarlo inficiando la sua immagine/carriera, ritrattò tutte le accuse fatte nei nostri confronti, insinuazioni necessarie e decisive per la demonizzazione della Curva Nord di allora e per la santificazione di Corioni proprio nel momento in cui il presidente cercava di sbarazzarsi di noi).

Inutile dire che dopo sette anni di accuse infamanti, vendette trasversali e gogna mediatica, dopo aver rischiato otto anni di condanna per estorsione, il processo finì con l’assoluzione degli imputati per non aver commesso il fatto.

Quando Mazzone arrivò a Brescia, purtroppo per lui si trovò nel bel mezzo di una contestazione societaria iniziata nei primi anni novanta, una protesta legittima (le ragioni erano più di una, ma nessuna di queste era di natura economica), che vedeva contrapposti la nostra Curva e -appunto- la famiglia Corioni.

Mazzone forse soffrì di questa situazione a lui incomprensibile (anche perché fu ingannato dai parenti più stretti di Corioni, che con arroganza e ambiguità cercarono in tutti i modi di far terreno bruciato intorno a noi), ma di certo il nostro intento fu subito chiaro, e la squadra non patì mai le nostre contestazioni, dirette esclusivamente alla famiglia Corioni.

Il nostro sostegno fu così evidente che alla fine della stagione 2000/2001 lo stesso Mazzone ebbe dei gesti di riavvicinamento nei nostri confronti, azioni che apprezzammo molto e ricambiammo con un eloquente striscione, credendo ingenuamente nella sua buona fede.

Iniziato l’Intertoto, le contestazioni alla società proseguirono, anche perché nel frattempo erano accaduti degli episodi davvero inquietanti (mai successi in tutta la storia Ultras della nostra tifoseria) che videro coinvolti -loro malgrado- alcuni nostri rappresentanti; vicende dietro alle quali si supponeva con una discreta certezza ci fosse lo zampino della società (la cosa poi ci fu confermata in più occasioni e da più persone).

Inoltre, la società seguitò a discriminarci trattandoci sempre di più come tifosi di serie B (tutto questo evidentemente per punire il nostro atteggiamento poco accondiscendente).

Durante il ritiro del Brescia decidemmo di incontrare Mazzone per rassicurarlo e garantirgli il nostro sostegno incondizionato alla squadra; allo stesso tempo lo informammo delle nostre ragioni riguardo alla storica contestazione, dei recenti e gravissimi fatti accaduti (fatti ovviamente “riservati”, quindi non pubblici) e delle continue discriminazioni patite dalla nostra Curva a causa della società; gli consegnammo anche una lettera “aperta”, senza per questo aspettarci che lui si schierasse dalla nostra parte, ma convinti del fatto che finalmente avrebbe potuto capire.

Qualche settimana prima della finale di Intertoto, cinque di noi incontrarono la figlia di Corioni (allora addetta ai rapporti con la tifoseria) che tentò di comprare il nostro malcontento: se avessimo tolto lo striscione “Corioni Vattene”, in cambio ci avrebbe offerto la gestione “privilegiata” del marketing societario, allora valutata nell’ordine di duecentomila euro annui.

Ovviamente rifiutammo.

La settimana prima della finale di Intertoto, quattro di noi incontrarono nientepopodimeno che il presidente Corioni; nell’interesse esclusivo della Curva, chiedemmo essenzialmente che i prezzi dei biglietti e degli abbonamenti tornassero davvero a essere popolari e -soprattutto- proporzionati ai prezzi di altri settori molto migliori del nostro, almeno dal punto di vista della visibilità (allora la Curva era il settore più distante dal campo e con la visuale peggiore; nonostante ciò costava tanto quanto la gradinata).

Durante lo stesso incontro, Corioni ci intimò di togliere lo striscione succitato; prima però ci offrì biglietti e abbonamenti gratis per il gruppo, inoltre ci propose -dietro lauto compenso- di istituire un servizio d’ordine all’interno dello stadio.

Anche in quest’occasione naturalmente rifiutammo e ce ne andammo (è stato messo tutto agli atti del processo).

Alla vigilia della finale di ritorno di Intertoto: “Brescia 1911 vs Paris St. Germain”, quando la maggior parte di noi era ancora in vacanza, la società per ripicca pensò bene di intimarci lo sgombero dello storico magazzino situato proprio sotto la nostra Curva, all’interno del quale la tifoseria organizzata riponeva -da sempre- gli strumenti del tifo: bandiere, tamburi, coreografie, ecc.

Nel giro di poche ore, sotto gli occhi vigili e divertiti di alcuni agenti della DIGOS, fummo costretti a liberare il magazzino (alcuni di noi dovettero anticipare il rientro in città dalle vacanze per questo), pena la distruzione di tutto ciò che ne fosse rimasto all’interno.

Qualsiasi coreografia avessimo pensato e preparato per l’occasione, andò quindi irrimediabilmente persa.

Nel tentativo di dare una risposta forte e decisa alla “proposta indecente” della famiglia Corioni, decidemmo di scioperare per venti minuti durante una delle partite più importanti della nostra storia.

Il motivo della contestazione non fu perciò uno stupido capriccio o, peggio ancora, un fattore personale come volle insinuare qualcuno, ma piuttosto un atteggiamento ricattatorio/minaccioso/vendicativo senza precedenti da parte della società.

Tutte le realtà presenti allora in Curva decisero di restare in silenzio per venti minuti e di esporre uno striscione per gruppo contro Corioni, questo per fargli capire la determinazione, l’unità di intenti e la Mentalità del nostro settore (purtroppo, quando poi si scatenò la bufera, qualcuno si defilò in maniera… discutibile).

Quello che avvenne subito dopo la fine dello sciopero del tifo, beh, crediamo sia ormai entrato nella storia (solo chi era presente quel giorno in Curva può capirlo), anche se in pochi furono disposti a riconoscerlo.

All’inizio del secondo tempo, per rimediare al “vuoto coreografico” di inizio partita, decine di ragazzi accesero torce nella fossa dello stadio; una coreografia molto spettacolare, ma comunque abbastanza comune per quei tempi, sennonché il vento quella sera “decise” di tirare al contrario (cosa mai avvenuta in tutte le partite precedenti caratterizzate -appunto- da fumogenate e torciate), spingendo il fumo delle torce in campo e facendo così ritardare l’inizio della partita di alcuni minuti.

Non sappiamo se la partita rischiò veramente di essere sospesa come denunciò poi Corioni (suffragato da Mazzone), ma possiamo garantire che i responsabili della Curva di allora si prodigarono affinché il lancio di torce cessasse e, alla pari del resto dello stadio (se non di più), fecero tutto il possibile per far vincere quella partita alla squadra.

Malgrado ciò, il giorno dopo i giornali aprirono le prime pagine con la denuncia di Corioni nei confronti di alcuni nostri rappresentanti (uno in particolare), omettendo vigliaccamente l’evidenza, cioè il fatto che la Curva avesse sostenuto la squadra fino alla morte, e non l’avesse per niente danneggiata come il presidente prima, e Mazzone poi, volessero far credere.

Corioni, dopo tutti i falliti tentativi fatti per comprarci e intimidirci, colse quindi quest’occasione; e forte dell’accondiscendenza della stampa locale e nazionale, del sostegno di uno degli allenatori più considerati e in vista del momento, della rabbia di una parte della tifoseria accecata dall’eliminazione subita, e all’oscuro di molti retroscena, cercò di darci scacco matto.

Per avvalorare la denuncia di Corioni, Mazzone pensò bene di “scappare” da Brescia.

Se ne tornò infatti ad Ascoli dichiarando che qui non si potesse fare grande calcio proprio a causa nostra; e questo lo fece dopo essersi guadagnato il nostro rispetto, dopo aver ricevuto tutto il nostro possibile sostegno, e -soprattutto- dopo aver accettato le nostre motivazioni e sentito le nostre rassicurazioni al riguardo: quelle cioè di non volerlo mai coinvolgere in un’atavica e ormai inevitabile diatriba che volevamo rimanesse il più possibile al di fuori del campo di calcio.

Naturalmente, secondo copione, il Sor Carletto fece ben presto ritorno a Brescia, e dopo un’arrogante conferenza stampa, durante la quale tentò di umiliare e mortificare chiunque cercasse di evidenziare la verità, si recò in Questura (incalzato dai figli di Corioni) e testimoniò contro di noi indicando fatti mistificati ad arte dalla società, episodi che fra l’altro non lo riguardavano nemmeno (poi si giustificò dicendo che erano tutte cose raccontategli da terzi!).

Proprio la sua presa di posizione e la sua “confessione” diedero credito alle parole del presidente e alimentarono nella maniera peggiore questo teatrino: titoloni sui giornali con nomi e cognomi, servizi televisivi, indagini, pedinamenti, pressioni e ricatti della Questura, minacce e ritorsioni della società, striscioni sarcastici di alcune tifoserie sedicenti “Ultras”, fischi e insulti dal resto della tifoseria bresciana (accadde anche questo, purtroppo), tentativi di ghettizzazione e isolamento, ecc., ovviamente tutto a nostro carico.

Infine iniziò il processo, durante il quale la famiglia Corioni continuò imperterrita nella sua campagna moralizzatrice, facendo di tutto per mandare in galera chi aveva osato ribellarsi rifiutando (non lo dimentichiamo) favori, soldi e privilegi.

Mazzone, al contrario, ritrattò e si trincerò dietro alcuni imbarazzanti: “Non so… non ricordo… mi era stato raccontato…”.

Bisogna dire che quando andò al banco dei testimoni, il Sor Carletto non era più allenatore del Brescia; quindi, non avendo più nessun interesse a difendere la linea della società (con la quale oltretutto si era lasciato in maniera poco affettuosa), evidentemente non si sentì nemmeno in obbligo di reggere il gioco alla famiglia Corioni.

Fra la denuncia fatta da Mazzone e la sua ritrattazione, ci fu poi la famosa corsa verso il settore ospiti durante il Derby con l’Atalanta.

Ovviamente, in quel periodo i rapporti con l’allenatore si erano ormai logorati, tanto che la nostra Curva a inizio campionato si era autosospesa dal tifo, questo in segno di risposta all’infamante denuncia della società e al voltafaccia del suo allenatore.

Oltre a difendere la propria romanità (e non la nostra brescianità come sostiene tuttora qualcuno), durante quella corsa il Sor Carletto vide con ogni probabilità l’imperdibile occasione di recuperare i punti persi nei confronti di un settore -il nostro- evidentemente indispensabile per un’altra salvezza.

Vista da un altro punto di vista, magari più Ultras, quella corsa fu un gesto provocatorio (che in questo senso non spettava certo a lui), irresponsabile, irrispettoso, e per qualche ragione anche vigliacco.

Pensate infatti se un giocatore o un allenatore avesse fatto tutto ciò contro di noi, o se l’allenatore non si fosse chiamato Mazzone, o se quel gesto l’avesse fatto un semplice tifoso: cosa sarebbe accaduto e, soprattutto, chi e quanto avrebbe pagato?

Inoltre: Mazzone se la cavò con una piccola squalifica e con delle pubbliche (e imbarazzanti) scuse nei confronti della città di Bergamo e della tifoseria bergamasca (questo, però, nessuno lo ricorda!); bastò veramente poco a “riabilitarlo”.

Chi subì quel gesto, quella provocazione (poco importa se fossero Ultras bergamaschi, veronesi, napoletani, bresciani, ecc.), tuttora ne sta pagando le conseguenze.

Perciò, prima di sorridere di fronte a quella corsa fatta da una persona ignobile (per tutti i motivi succitati), francamente riflettiamo.

Perché il Brescia siamo noi tifosi!

Ultras Brescia 1911 Ex-Curva Nord

Brescia 19/03/2017

P.S. A chi è alla costante ricerca di una valida ragione utile a tener vivo questo derby unico e questa sana, orgogliosa e mai sopita rivalità con i bergamaschi, consigliamo di seguire altre direzioni, magari meno “popolari” (soprattutto sui social network), ma di certo più coerenti, sincere e smaccatamente Ultras!

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